Analisi descrittiva del Tritest in un campione di pazienti rappresentativo della popolazione generale

Introduzione

Gli screening biochimici prenatali su siero materno sono stati introdotti quasi venti anni fa  nei paesi anglosassoni per l'individuazione, tramite il dosaggio della alfa-fetoproteina (a FP), delle gravidanze a rischio aumentato di difetti del tubo neurale (DTN). Altri test sono stati successivamente utilizzati per cercare di calcolare il rischio di avere un feto affetto da cromosomopatia ed in particolare da sindrome di Down.
Il tri-test, o triplo test, è un test di screening biochimico prenatale nato per l'individuazione delle gravidanze ad alto rischio di sindrome di Down. Questo tipo di screening si è successivamente diffuso rapidamente per la sua natura non invasiva, anche se talvolta è stato applicato in maniera non idonea.
Questo lavoro si prefigge di descrivere le caratteristiche, nell'ambito della popolazione generale, di un certo numero di pazienti che si sono presentate presso il Poliambulatorio DataMedica Padova per eseguire il tri-test ed i risultati ottenuti. Si cercherà inoltre di evidenziare come, per una corretta interpretazione dello stesso, sia importante una corretta metodologia di prelievo e di confronto dei valori ottenuti con mediane di riferimento elaborate dal medesimo laboratorio in cui viene effettuato il dosaggio.
E' utile, innanzitutto, puntualizzare cosa si intenda per "screening": esso prevede l'identificazione, in una popolazione a basso rischio, dei soggetti sufficientemente a rischio per una specifica alterazione e che possono quindi beneficiare di ulteriori procedure diagnostiche. I test di screening non sono diagnostici ma probabilistici, quindi propedeutici ad ulteriori indagini invasive quale, nel caso specifico, l'amniocentesi.
Inizialmente la villocentesi o l'amniocentesi venivano proposte esclusivamente a donne con età pari o superiore ai 35 anni al momento del parto o con familiarità per cromosomopatie. Anche se è vero che con l'aumentare dell'età materna aumenta significativamente anche il rischio di generare un bimbo affetto dalla sindrome di Down, in realtà la maggior parte dei  bambini Down nasce da madri di età inferiore ai 35 anni. Si comprende quindi quale sia l'importanza di poter disporre di test non invasivi ed applicabili a tutta la popolazione, questo non semplicemente per individuare le gravide "ad alto rischio" sotto i 35 anni, ma anche per individuare le gravide "a basso rischio" sopra i 35 anni, risparmiando loro un'indagine che comporta un rischio di aborto calcolato intorno allo 0.5-1%, nonchè un costo non insignificante. Quest'ultimo concetto acquisisce ancor più rilevanza se si pensa che oggi, a differenza di anni passati, l'età media delle gravidanze si è significativamente alzata ed il contesto socioculturale in cui questo figlio "arriva" vede nuclei familiari ristretti, gravidanze sempre più spesso programmate in un momento preciso della crescita professionale della donna e, ancora, gravidanze preziose in quanto ottenute talvolta dopo lunghi e tortuosi percorsi per problemi di infertilità.
Il tri-test personalizza il rischio generico legato all'età della madre attraverso dei fattori di correzione calcolati in base alla concentrazione nel siero materno di tre analiti: alfa-fetoproteina(aFP), estriolo non coniugato(uE3)e gonadotropina corionica (hCG). È generalmente riconosciuto che la valutazione combinata di questi tre parametri consente di ottenere un valore di predittività pari al 60% dei casi di Sindrome di Down in rapporto ad una percentuale di falsi positivi del 5%.
Viene eseguito tra la 14^ e la 25^ settimana di gravidanza, anche se il periodo più affidabile risulta essere tra la 16^ e la 18^ SG.

Numerosi fattori possono influenzare i livelli sierici materni di a-FP, uE3 ed hCG alterando la sensibilità del tri-test: è importante tenerne conto nell'elaborazione statistica del rischio ed utilizzare dei fattori di correzione affinchè la sua affidabilità non risulti inficiata.

I fattori attualmente conosciuti e considerati sono:

Età gestazionale:

presenta il maggior rilievo dato che le concentrazioni sieriche dei tre analiti considerati sono strettamente correlati con la settimana gestazionale. E' quindi fondamentale che la datazione della settimana al momento del prelievo sia stata confermata ecograficamente e non semplicemente basata sull'epoca di amenorrea. Quest'ultima infatti tende spesso a sovrastimare l'età gestazionale e, di conseguenza, a considerare a rischio un maggior numero di feti. Sebbene DBP e CRL siano entrambe misure ecografiche soddisfacenti per la datazione dell'età gestazionale, il DBP ha l'ulteriore vantaggio di aumentare la sensibilità dello screening per i DTN basato sull'a-FP dal 75% al 90%, con un cut-off di 2,5 MoM.

Mediane di riferimento:

fondamentale che ogni laboratorio costruisca delle proprie mediane di riferimento delle concentrazioni di ciascun analita nelle varie settimane di gestazione o, meglio ancora, per ogni giorno di gestazione, utilizzando i valori misurati nella popolazione del territorio in cui opera. Sarebbe utile, inoltre, predisporre monitoraggi periodici del valore mediano dei MoM.

Peso materno:

è stato dimostrato che i livelli di a-FP, uE3 ed hCG sono inversamente proporzionali al peso corporeo materno. Questo è verosimilmente dovuto alla maggior diluizione in caso di peso aumentato, per la presenza di un maggior volume sanguigno. Come per le mediane di riferimento delle concentrazioni dei markers biochimici, è importante che anche l'equazione di correzione per il peso venga ottenuta dalla stessa popolazione nella quale verrà poi applicata: ogni laboratorio pertanto dovrà trovare la più adatta alla sua popolazione di affluenza. Inoltre sarebbe auspicabile l'attuazione di un monitoraggio annuale della media del peso ed adattare adeguatamente l'equazione di correzione se compaiono considerevoli variazioni. Tra tre analiti che compongono il tri-test, l'a-FP risulta essere il più sensibile alle variazioni del peso corporeo materno.

Razza materna:

alcuni Autori hanno descritto concentrazioni superiori di aFP ed hCG nella popolazione nera rispetto a quella bianca: l'a-FP presenterebbe un aumento pari a circa il 22%, l'hCG di circa il 19% e l'uE3 una differenza inferiore al 10%, non significativa. Altri Autori hanno documentato elevati valori di a-FP nelle donne nere e livelli più alti di tutti e tre gli analiti nelle asiatiche. Per questo motivo il tri-test tenderebbe a calcolare impropriamente un rischio più basso nelle donne di razza nera ed asiatica. Dal momento che le curve di riferimento delle mediane delle concentrazioni dei markers considerati sono differenti, è preferibile utilizzare dei database separati per le diverse razze, piuttosto che usare fattori di correzione.

Diabete insulino-dipendente:

nel II trimestre di gravidanza i livelli sierici materni di a-FP nelle donne affette da diabete mellito di tipo I risultano notevolmente più bassi (0,77 MoM) rispetto a quelli di donne non diabetiche; anche i livelli sierici di uE3 ed hCG risultano leggermente alterati in queste pazienti (0,92 MoM e 0,95 MoM rispettivamente). Questa condizione è una variabile di cui bisogna tener conto nello screening prenatale per i difetti del tubo neurale e per la sindrome di Down: le pazienti diabetiche tendono infatti ad avere un rischio sottostimato per i difetti del tubo neurale ed un rischio sovrastimato per la sindrome di Down. A tal proposito è interessante fare due precisazioni: la prima evidenzia che non tutte le donne diabetiche presentano le stesse differenze di valori rispetto alle non diabetiche e questo rifletterebbe un diverso controllo del diabete stesso durante la gravidanza; infatti, è stata trovata una correlazione inversa tra i livelli di emoglobina glicosilata e quelli di a-FP, indicante che i più bassi livelli di a-FP sono rilevabili in donne gravide diabetiche in scarso controllo glicemico. La seconda osservazione evidenzia l'esistenza di una differenza di peso tra donne gravide diabetiche e non diabetiche in media di 6 Kg; è stato però osservato che le pazienti con IDDM insorto in giovane età hanno un peso medio simile alle non diabetiche, mentre quelle con IDDM tardivo presentano mediamente un peso maggiore di 17 Kg rispetto alle non diabetiche.

Gravidanze gemellari:

i livelli sierici di a-FP, uE3 ed hCG aumentano nelle gravidanze gemellari assumendo in media valori pari a 1,67 MoM per l'uE3 , 1,84 per l'hCG e 2,13 per l'a-FP rispetto alle gravidanze singole. La varianza dei valori dei tre markers risulta simile nelle gravidanze singole ed in quelle gemellari: il tri-test si può applicare quindi anche nelle gravidanze gemellari dopo aver però costruito le curve di distribuzione delle frequenze delle concentrazioni degli analiti in queste gravidanze e dopo aver espresso i valori trovati come MoM. In questo modo si può stimare il rischio di sindrome di Down come se fossero gravidanze singole, ottenendo una simile sensibilità del test. Tuttavia, la rarità della sindrome di Down nelle gravidanze gemellari rende estremamente difficile ottenere dati sufficienti per quanto riguarda le gravidanze affette. Nelle gravidanze trigemine e quadrigemine il test non è applicabile dal momento che i comportamenti dei markers non sono ben definiti.

Tabagismo:

nelle pazienti che fumano sigarette i livelli dei componenti del test subiscono delle modificazioni: la più significativa è a carico dell'hCG che diminuisce del 23% in media in queste pazienti rispetto alle non fumatrici, mentre l'a-FP aumenta del 3% e l'uE3 si riduce del 3%. Il notevole calo dell'hCG sembra imputabile all'effetto dannoso del fumo sulla funzionalità placentare. Per quanto riguarda lo screening per la sindrome di Down si deve sottolineare che le donne che fumano presentano con il  tri-test una minore probabilità di essere considerate ad alto rischio rispetto alle donne non fumatrici della stessa età: nelle fumatrici si ha infatti una più alta incidenza di falsi negativi e la sensibilità del test risulta grandemente ridotta. Utilizzando un adeguato fattore di correzione per il fumo si può ottenere una riduzione dei falsi negativi da 6,4% a 6,1%.

Età materna:

è stato  dimostrato che il tri-test risulta più efficiente nell'individuare le gravidanze con feti affetti dalla sindrome di Down nelle donne più anziane rispetto a quelle più giovani. Il motivo sarebbe da ricercarsi nel fatto che uno dei parametri usati dal test per la stima del rischio è proprio l'età materna.

Predisposizione genetica:

è stata descritta in letteratura la possibilità che esista una predisposizione genetica ad avere livelli patologici di questi markers sierici. Sembra infatti che donne che presentano valori eccessivamente alti o bassi di a-FP o di hCG in una gravidanza abbiano una maggiore probabilità di ripresentare valori simili in una gravidanza successiva rispetto a donne con valori normali (ad esempio la probabilità è 3,8 volte più alta per bassi valori di a-FP e 3,9 volte maggiore per alti valori di hCG). Questo potrebbe spiegare almeno in parte perchè le anomalie fetali e le complicanze della gravidanza  rendano conto solo di una piccola parte dei risultati anomali dei test di screening, mentre la maggior parte resta apparentemente immotivata. E' stato proposto quindi di considerare anche inspiegabili valori anomali dei markers biochimici nelle precedenti gravidanze al momento di formulare il rischio individuale di sindrome di Down.